E tu, le emoticons, le hai in A o in B?


Il secondo laboratorio di Italiano Corretto cui partecipo (Pisa 15 e 16 Aprile) non smentisce le aspettative.  Il titolo “A qualcuno piace l’hashtag” mi aveva incuriosito fin dal giorno della mia iscrizione.  Può davvero essere così?  C’è qualcuno che si sente appagato nell’usare un tasto che fino a qualche anno fa sembrava riempire inutilmente le tastiere dei nostri telefoni? La sessione è brillantemente guidata dalle effervescenti Chiara Rizzo e Barbara Ronca, traduttrici editoriali e autrici di “Doppio Verso”, blog che ha da poco superato l’anno di vita ma che vanta un non indifferente seguito fra traduttori, interpreti e appassionati delle lingue in generale, al punto da essersi trasformato ormai in una vera community.  Le autrici raccontano la propria esperienza di blogger nata un po’ per caso per provare a sperimentare le potenzialità offerte dalla rete e capirne le dinamiche.  Confessano qualche fallimento (come ad esempio il lancio di un hashtag ripreso soltanto da tre utenti) e con spiritosa modestia citano qualche successo (il meme di San Girolamo, e ammetto di aver scoperto solo ieri cosa sia un meme). Le due spumeggianti relatrici invitano a riflettere sulla natura intrinseca della comunicazione in rete, caratterizzata dall’indispensabile interazione con il pubblico di riferimento.  Senza lo scambio, qualsiasi presenza online diventa sterile, fine a se stessa, si snatura.  La comunicazione in rete punta all’oralità, sottolineano le due blogger ed è contraddistinta da quattro peculiarità.  Innanzitutto la sua immediatezza, al punto che piattaforme come Facebook e Twitter diventano, in situazioni di emergenza, lo strumento di riferimento di istituzioni come la Farnesina.  Pensiamo a quanto è avvenuto in occasione dei recenti avvenimenti di Bruxelles.  E poi la natura illimitata del mezzo che sembra avere affinità con il funzionamento del cervello.  Ed ancora l’universalità e l’economia dei messaggi.  Quest’ultima caratteristica è ben esemplificata dall’utilizzo degli hashtag, che se da un lato rendono possibile la contrazione della lingua, allo stesso tempo consentono di esprimere un’ampia gamma di sfumature di senso. Con un gioco di rimpalli studiati, ma così ben orchestrati da sembrare naturali, le giovani traduttrici spiegano la differenza fra index hashtag e commentary hashtag e colgono tutti in fallo interrogando il pubblico sulla differenza fra emoticons e emotii. Ma quello che davvero stupisce è scoprire che l’Oxford Dictionary ha decretato parola dell’anno 2015 l’emotii della faccina che ride con le lacrime, e che qualche avventuroso sperimentatore si sia impegnato a tradurre il capolavoro di Melville, dando vita al “Emojidick”. Sembrerebbe una discussione di poco conto ma il fatto che perfino Newsweek abbia recentemente dedicato un lungo articolo alle manovre studiate e introdotte dagli sviluppatori agli ordini di Zuckerberg per soddisfare le richieste di aggiunta di nuovi tasti degli utenti Facebook illustra questo bisogno di comunicazione metaverbale che sembra essere innata nelle nuove generazioni.  Sono stati i miei figli adolescenti a spiegarmi che la faccina con le lacrime non indica commozione, ma è la rappresentazione di qualcuno che ride di gusto.  Per me, le emoticons sono una lingua acquisita.  Sicuramente una lingua C.


Recommended citation format:
AIIC. "E tu, le emoticons, le hai in A o in B?". aiic.net. April 18, 2016. Accessed May 27, 2017. <http://aiic.net/p/7606>.